C’era un piccolo e preziosissimo Orologio da parete nella bottega di un artigiano. Era bellissimo, ricco di colori sfarzosi, le lancette elaborate ed eleganti, la cassa in legno di ciliegio. Ma ciò che lo riempiva davvero di orgoglio era l’incredibile precisione del suo meccanismo interno: l’orologio poteva contare i secondi, i millesimi di secondo, persino gli istanti fugaci e gli attimi infiniti che soltanto alcuni cuori puri possono osservare e ricordare. Sapeva tenere il tempo con la stessa facilità con cui il sole contava i giorni, la luna i mesi e le stelle i millenni.
“Sono nato per questo” diceva l’Orologio tra sé e sé.
Quei tic tac che scandivano i secondi erano il senso della sua vita.
E, in effetti, tutti gli altri orologi della bottega, quelli rotti e da buttare, quelli da riparare, quelli nuovi e funzionanti, tutti lo ammiravano.
“Guarda che lancette rapide che ha!” esclamava un vecchio orologio incrostato.
“Magari potessi misurare il tempo come fa lui” esclamava un orologio al quarzo ormai mezzo scarico.
I clienti dell’artigiano, di tanto in tanto, si proponevano di acquistarlo, ma pochissimi se lo potevano davvero permettere.
Ed era giusto così, pensava l’orologio: per un orologio eccezionale serviva un proprietario eccezionale.
Avvenne che un giorno, finalmente, giunse un uomo vestito di tutto punto, in maniera elegante e raffinata. L’artigiano accolse quel cliente in maniera festosa e servile e l’Orologio capì che era giunto il suo momento: sarebbe stato finalmente venduto.
E, in effetti, dopo qualche minuto di trattativa, l’artigiano intascò i soldi che gli spettavano e consegnò zelante l’orologio a quell’uomo.
Come era felice l’Orologino!
Non vedeva l’ora di essere esposto in un ricco soggiorno, oppure appeso a guardia di una lussuosa camera da letto, o, ancora, inserito tra due quadri impressionisti della sala d’aspetto di un importante ufficio. E così avrebbe davvero realizzato il suo destino.
Quando vide la villa dove fu portato, rimase senza parole, incredulo dalla meraviglia: non aveva visto mai nulla di così maestoso e imponente. Sembrava un castello.
“Quale onore!” esclamò, mentre veniva trasportato in un’enorme sala da ricevimento. Questa sala presentava al centro un lungo tavolo di legno pregiato, coperto da una tovaglia fitta di ricami dorati. Diverse candele accese spiccavano sopra il tavolo e, dall’alto, pendeva un lampadario spento che sembrava scolpito nel diamante e sbrilluccicava tutto alla luce delle candele.
Il pavimento era liscio, lucido, decorato da piastrelle colorate disposte in elaborati mosaici geometrici. Gli sembrava una stanza meravigliosa, e lui sarebbe stato finalmente un orologio unico in un luogo unico.
Poi qualcuno accese la luce e il lampadario inondò la stanza di un biancore pallido e artificiale. L’orologio osservò meglio le pareti della sala e subito restò inorridito.
Centinaia, migliaia, anzi, di orologi stavano appesi tutt’intorno e lo guardavano dall’alto. Orologi di tutte le forme e di tutte le dimensioni, di ogni colore e di ogni tipo, dall’analogico al digitale, a cucù, con numeri romani o arabi, o addirittura senza alcun numero.
L’Orologino fu appeso in una posizione molto decentrata, tra una gigantesca forma d’arancia con lancette e la riproduzione di una casetta contadina da cui un cacciatore, ogni sessanta minuti, si affacciava e sparava tanti colpi quante erano le ore da contare.
“Che significa tutto ciò? Che ci facciamo tutti qui?” si chiese tremante l’Orologio quando il proprietario se ne fu andato.
“Ah, abbiamo un nuovo arrivato!” disse un vecchio orologio classico sulla parete di destra, poco lontano.
“Mah. Stava così bene quel pezzo di muro vuoto. Perchè riempirlo?” disse lo schermo a cristalli liquidi di un orologio digitale.
Ci fu poi un gran vociare da cui era impossibile distinguere frasi di senso compiuto, tanto più che, a sovrapporsi a tutte queste voci, c’erano quegli incessanti e metallici ticchettii non sincronizzati di tutti gli orologi presenti.
Ce n’erano anche che funzionavano, si accorse l’Orologino. Molti erano fermi, scarichi, forse rotti.
Allora si rivolse al compagno accanto: “Staremo qui per sempre? E quegli orologi, quelli che si fermano… non vengono ricaricati?”
Quello rispose: “Oh, no. Non penserai mica che siamo qui per scandire le ore? Per contare i secondi e i minuti e annoiarci con il tempo che passa? Assolutamente no. Altrimenti basterebbe uno solo di noi. Noi siamo qui perché siamo belli. La stanza è bella perché ci siamo noi. A chi importa del tempo infinito e sempre uguale, quando possiamo godere di tante bellezze uniche e differenti per tutta l’eternità?”
L’Orologino iniziò a sentire il proprio ticchettio rallentare. Erano gli ingranaggi o era il suo cuore che si stava fermando?
“Ma nessuno tiene il tempo come me” sussurrò l’orologino. Un grosso orologio a pendolo vicino a lui parlò: “Non siamo stati costruiti per creare il Tempo, ma per seguirlo. Beh, che se ne vada al diavolo, questo Tempo! Noi non vogliamo rincorrerlo: abbiamo la nostra vita.”
L’Orologio provò a ribellarsi un’ultima volta: “Ma invecchieremo e ci butteranno! Il tempo invece… il tempo scorre per sempre!”
Ma quell’altro si irritò e urlò: “Taci! Mi hai già fatto sprecare troppo tempo. ”
Da quel momento l’Orologino tacque. Non aveva più nulla da dare al mondo ed egli non misurò più i secondi nemmeno per sé. Ma la bellezza di quegli orologi e di quella stanza restò immutata per moltissimo tempo.
Almeno finché un giorno il figlio del proprietario della casa, morto quest’ultimo, non distrusse tutto con un dolce incendio liberatore. Non aveva mai sopportato il fatto di vivere in mezzo al frastuono del tempo che passa.