Lego mio figlio al seggiolino, sul sedile posteriore, poi accendo l’auto e parto perché ho una fretta del diavolo. Devo andare in ufficio, devo capire se ieri ho davvero dimenticato di mandare i contratti ai clienti. Io sono certo di averlo fatto, dannazione! Se l’affare salta per colpa mia, stavolta mi fanno fuori sul serio.
Quattro contratti, duemila pagine, marche da bollo, numeri, date, firme. Sono due mesi che ci sto lavorando. Giorno e notte, pranzo e cena, e così, proprio alla scadenza, mi dimentico di inviare tutto? Se è vero io mi ammazzo. Accelero. Fa caldo e il sudore mi cola lungo le guance fino a bagnare il colletto della camicia. Io lo asciugo con il dorso della mano. Venticinque gradi alle 08.30 di mattina! Oggi previsti trentacinque. Certo
che uno poi va in tilt!
Calma, ricapitoliamo. Approfitto del semaforo rosso per chiudere gli occhi e respirare nel
frastornante traffico mattutino: ieri fino alle 21.00 sono stato lì a rileggere, riga per riga, le
postille. Era tutto in ordine, e le ho addirittura passate a Samantha per un secondo controllo.
Poi le firme. C’erano tutte. I soldi: la parte più importante: nessun problema, le cifre
combaciavano. Tre milioni di euro al mese. Interessi. Rendite. Iban. Poi cos’ho fatto? Mi
sono fatto un caffè, ho parlato con Giorgio al telefono per confermare gli ultimi dettagli. “Non l’hai ancora mandata?”, mi ha sbraitato contro. “Siamo ancora in tempo” ho detto io, “Fa fede la data di invio della email”. Sì, sì. Avevo ancora due ore. E adesso mi viene il dubbio che forse non l’ho mandata? Non mi ricordo più niente, ero stanco, stravolto. Ma tra poco saprò la verità. Sono arrivato.
Scendo dalla macchina, entro nell’edificio, corro al secondo piano senza prendere
l’ascensore e arrivo alla mia postazione. Tutto è come l’ho lasciato ieri. I faldoni, gli appunti, le penne. Accendo il pc. Muoviti, Cristo.
Email. Inviate. Sì! Lo sapevo. Eccola lì, la prova. Inviata alle 23.49 del 24 luglio. Un po’ tardi, è vero, ma l’ho inviata in tempo. Sorrido e lascio cadere la testa all’indietro,
abbandonandomi sulla poltrona come fanno i vittoriosi dopo un’atroce battaglia. Porto
entrambe le mani agli occhi e me li spremo per bene scacciando il sonno che, nonostante i nervi tesi, ancora mi tiene nella sua morsa. Eppure… sono quasi certo di aver dimenticato qualcosa. E allora mi faccio un caffè e decido di ricontrollare tutto, riga per riga. I documenti sembrano in ordine, eppure non riesco a liberarmi della sensazione di non aver fatto bene il mio lavoro. E che caldo che fa, dio mio! Qualcuno accenda l’aria condizionata! A parte questo la mattina scorre veloce. Due riunioni, una chiamata con la banca. Niente di particolare.
Alle 12.15 qualcuno grida nel parcheggio. Io continuo a controllare i documenti ma
sento le budella contratte: cosa diavolo avrò dimenticato? Poi le sirene. Con questo caldo
sarà stato male qualcuno là fuori. Mi alzo e dalla finestra vedo proprio un’ambulanza e
anche la polizia giù nel parcheggio. Scuoto la testa e torno al mio posto. Non sarò sereno
finché non avrò capito quel che mi sfugge.