I preparativi

«Congratulazioni» disse mia nonna al telefono con quella sua voce claudicante così piena d’entusiasmo. Io, che quella mattina già da più di un’ora vagavo per il parco, mi fermai in mezzo al vialetto. Sentii le labbra contorcersi in una smorfia che qualcuno avrebbe potuto definire un sorriso amaro.

Le parole mi uscirono lente, stanche, «Nonna, ancora non ho finito» e scuotendo la testa abbassai lo sguardo sulle mie scarpe. Era una bella giornata di giugno, di quelle che a forza ti penetrano nell’anima per instillarci un po’ di luce e calore, di quelle con gli uccelli che cinguettano e le voci dei bambini che giocano nei prati. Vidi una macchia di fango secco sulla punta delle scarpe e tentai di capire come me la fossi procurata, avendo camminato sempre e solo sulla strada asfaltata.

«Sei felice? E la cerimonia?»

Io chiusi gli occhi: «Sì, c’è la cerimonia, ma… i documenti. Prima devo consegnare alcuni documenti».

«Ah» fece lei, ma subito tornò alla carica: «Lunedì è la cerimonia, sì?»

Sospirai. «Sì» e dopo una piccola pausa aggiunsi «lunedì». Riaprii gli occhi. La macchia era ancora lì che mi aspettava e più la guardavo più mi sembrava che si allargasse sulla pelle nera degli stivaletti. 

«Io ci vengo» disse lei, e potevo sentirla sorridere dall’altra parte del telefono.

«Sì» risposi io, «Sì». Risollevai gli occhi sui colori del mondo mordendomi il labbro inferiore.

Quando poi le sentii dire «Sono orgogliosa di te», quel mondo che avevo innanzi si sfocò all’improvviso e i colori si mescolarono come acquerelli dietro il velo umido che mi ricopriva le pupille. Mi passai la mano libera sugli occhi, uno ad uno, per liberarli di quel peso, poi sentii una brezza fresca soffiarmi sulle nocche bagnate.

Salutai la nonna e cercai una panchina dove sedermi. Tirai fuori dalla borsa a tracolla il manuale di rilievo architettonico e urbano e lo aprii a una pagina a caso. Dopodiché restai a lungo immobile e assorto guardando un punto indefinito davanti a me e quando rinvenni da quel torpore non potevo ricordare nemmeno se avessi pensato o sognato qualcosa.

«Dove sei stato tutta la mattina?» mi chiese mia madre quando tornai a casa per pranzo. Non c’era alcuna nota di rimprovero nella sua voce, soltanto un’onesta curiosità. Tutta impegnata a mescolare il ragù nel pentolone, concentrata sulla consistenza del sugo, non alzò lo sguardo su di me nemmeno per un istante.

«A studiare» risposi, e cercai un bicchiere pulito nella mensola. «Papà?»

«L’ho mandato a fare la spesa. Ma che c’è ancora, da studiare?» Si abbassò per annusare il vapore che saliva.

Io mi riempii il bicchiere e bevvi un lungo sorso d’acqua. Poi lo sciacquai e lo appoggiai sul lavandino a scolare. «Quando torna?» dissi, ma non ebbi risposta. Andai alla finestra e guardai fuori. Giù, in strada, c’era poco traffico. Approfittando della giornata di sole generoso molti avevano deciso di uscire a piedi o in bici. Vidi un gruppo di ragazzi fermarsi al bar sotto casa e, addossate le bici al muro del palazzo, sedersi ai tavoli all’aperto.

«Stamattina ha chiamato la zia» riprese mia madre. «Dice che vengono anche loro. Vengono in treno. Gli ho detto che è alle 11.00. È giusto, alle 11.00? Perché da lì ci vuole almeno un’ora per Milano. Gli ho detto di sbrigarsi, che passiamo noi a prenderli in stazione. O dici che c’è poco tempo? L’abito l’hai ritirato? Marco! Parlo con te!»

Io mi voltai verso di lei e incontrai i suoi occhi sottili che, finalmente soddisfatti del ragù, cercavano in me qualcos’altro da rimestare. 

«Cosa?» domandai.

«C’è tempo? A che ora è la cerimonia?»

«Quale…? Alle 11.00, sì.»

Accigliata, mia madre riabbassò lo sguardo sul pentolone.

Mi avvicinai alla porta della cucina e mi fermai dandole le spalle. «A che ora torna papà?»

La sentii schioccare la lingua. «Mi sono pure dimenticata di dirgli di ritirare la corona d’alloro».

In camera mia tirai fuori lo zaino dall’armadio, pieno come l’avevo lasciato il giorno prima. Chiusi la porta a chiave e lo svuotai sul letto. Volevo ricontare tutto, controllare di non aver dimenticato nulla. Sette paia di mutande e altri sette di calzini. Li rimisi nello zaino appiattendoli sul fondo. Poi quattro magliette e due felpe. Non c’era più spazio per nient’altro. Andai allo scaffale con i libri e li rimirai uno a uno, anche se avevo già deciso che nella borsa a tracolla avrei infilato i racconti di Buzzati, quelli di Hemingway ed Erbe Selvatiche di Lu Xun. Presi tra le mani proprio quest’ultimo, ne accarezzai la copertina gialla, poi ne tirai fuori il biglietto del treno che avevo nascosto tra le pagine, comprato in contanti un mese prima. Lo osservai a lungo leggendo l’orario di partenza, la destinazione, persino i codici numerici e le norme sul retro e a un certo punto sentii dentro di me l’irrefrenabile impulso di scendere giù in strada e andare da quei ragazzi seduti al bar. Ci saremmo presentati, gli avrei offerto da bere, e dopo un drink o due, parlando dell’università, gli avrei raccontato tutta la verità, spiattellando i perché e i per come, i passi invisibili nella nebbia, la concatenazione di caos e di caso che mi aveva condotto impotente fin lì. E se poi fossero stati loro a offrire un altro drink a me, se poi ci fossimo messi a chiacchierare del più e del meno come se nulla di grave fosse mai accaduto, come se ci fossero ben altre cose a cui pensare, altri problemi nel mondo, altri eventi degni di maggiore interesse, ecco, allora sarei rimasto con loro. Avrei preso la mia bici, saremmo andati insieme al parco, lo stesso in cui mi ero nascosto per tante lunghe mattinate, e trattenendomi con loro fino al tardo pomeriggio avrei senz’altro lasciato che il treno partisse senza di me. Poi, una volta a casa, cenando con i miei avrei infine detto tutto anche a loro e un forte abbraccio e un pianto liberatorio avrebbero scacciato ogni dubbio, ogni cattivo pensiero, ogni maledetta bugia.

L’impulso si affievolì, poi svanì del tutto. Quei ragazzi non mi avrebbero offerto alcun drink. Si sarebbero scambiati uno sguardo incerto, avrebbero nascosto il sorriso imbarazzato dietro una bevanda, e io mi sarei ritirato in silenzio togliendoli dall’impaccio.

Sentii mia mamma parlare al telefono di là.

«Centodieci, sì! Con la lode. Non mi aspettavo altro da uno bravo come lui».

Chiusi gli occhi e feci un respiro profondo. Poi li riaprii, riposi il biglietto all’interno del libro e preparai anche la borsa. Indossai la giacca e guardai i miei occhi arrossati allo specchio. Non avrei aspettato un secondo di più, nemmeno che tornasse mio padre.

Quel che mi sfugge

Lego mio figlio al seggiolino, sul sedile posteriore, poi accendo l’auto e parto perché ho una fretta del diavolo. Devo andare in ufficio, devo capire se ieri ho davvero dimenticato di mandare i contratti ai clienti. Io sono certo di averlo fatto, dannazione! Se l’affare salta per colpa mia, stavolta mi fanno fuori sul serio.
Quattro contratti, duemila pagine, marche da bollo, numeri, date, firme. Sono due mesi che ci sto lavorando. Giorno e notte, pranzo e cena, e così, proprio alla scadenza, mi dimentico di inviare tutto? Se è vero io mi ammazzo. Accelero. Fa caldo e il sudore mi cola lungo le guance fino a bagnare il colletto della camicia. Io lo asciugo con il dorso della mano. Venticinque gradi alle 08.30 di mattina! Oggi previsti trentacinque. Certo
che uno poi va in tilt!
Calma, ricapitoliamo. Approfitto del semaforo rosso per chiudere gli occhi e respirare nel
frastornante traffico mattutino: ieri fino alle 21.00 sono stato lì a rileggere, riga per riga, le
postille. Era tutto in ordine, e le ho addirittura passate a Samantha per un secondo controllo.
Poi le firme. C’erano tutte. I soldi: la parte più importante: nessun problema, le cifre
combaciavano. Tre milioni di euro al mese. Interessi. Rendite. Iban. Poi cos’ho fatto? Mi
sono fatto un caffè, ho parlato con Giorgio al telefono per confermare gli ultimi dettagli. “Non l’hai ancora mandata?”, mi ha sbraitato contro. “Siamo ancora in tempo” ho detto io, “Fa fede la data di invio della email”. Sì, sì. Avevo ancora due ore. E adesso mi viene il dubbio che forse non l’ho mandata? Non mi ricordo più niente, ero stanco, stravolto. Ma tra poco saprò la verità. Sono arrivato.
Scendo dalla macchina, entro nell’edificio, corro al secondo piano senza prendere
l’ascensore e arrivo alla mia postazione. Tutto è come l’ho lasciato ieri. I faldoni, gli appunti, le penne. Accendo il pc. Muoviti, Cristo.
Email. Inviate. Sì! Lo sapevo. Eccola lì, la prova. Inviata alle 23.49 del 24 luglio. Un po’ tardi, è vero, ma l’ho inviata in tempo. Sorrido e lascio cadere la testa all’indietro,
abbandonandomi sulla poltrona come fanno i vittoriosi dopo un’atroce battaglia. Porto
entrambe le mani agli occhi e me li spremo per bene scacciando il sonno che, nonostante i nervi tesi, ancora mi tiene nella sua morsa. Eppure… sono quasi certo di aver dimenticato qualcosa. E allora mi faccio un caffè e decido di ricontrollare tutto, riga per riga. I documenti sembrano in ordine, eppure non riesco a liberarmi della sensazione di non aver fatto bene il mio lavoro. E che caldo che fa, dio mio! Qualcuno accenda l’aria condizionata! A parte questo la mattina scorre veloce. Due riunioni, una chiamata con la banca. Niente di particolare.
Alle 12.15 qualcuno grida nel parcheggio. Io continuo a controllare i documenti ma
sento le budella contratte: cosa diavolo avrò dimenticato? Poi le sirene. Con questo caldo
sarà stato male qualcuno là fuori. Mi alzo e dalla finestra vedo proprio un’ambulanza e
anche la polizia giù nel parcheggio. Scuoto la testa e torno al mio posto. Non sarò sereno
finché non avrò capito quel che mi sfugge.

L’orologino


C’era un piccolo e preziosissimo Orologio da parete nella bottega di un artigiano. Era bellissimo, ricco di colori sfarzosi, le lancette elaborate ed eleganti, la cassa in legno di ciliegio. Ma ciò che lo riempiva davvero di orgoglio era l’incredibile precisione del suo meccanismo interno: l’orologio poteva contare i secondi, i millesimi di secondo, persino gli istanti fugaci e gli attimi infiniti che soltanto alcuni cuori puri possono osservare e ricordare. Sapeva tenere il tempo con la stessa facilità con cui il sole contava i giorni, la luna i mesi e le stelle i millenni.

“Sono nato per questo” diceva l’Orologio tra sé e sé.

Quei tic tac che scandivano i secondi erano il senso della sua vita.

E, in effetti, tutti gli altri orologi della bottega, quelli rotti e da buttare, quelli da riparare, quelli nuovi e funzionanti, tutti lo ammiravano.

“Guarda che lancette rapide che ha!” esclamava un vecchio orologio incrostato.

“Magari potessi misurare il tempo come fa lui” esclamava un orologio al quarzo ormai mezzo scarico.

I clienti dell’artigiano, di tanto in tanto, si proponevano di acquistarlo, ma pochissimi se lo potevano davvero permettere. 

Ed era giusto così, pensava l’orologio: per un orologio eccezionale serviva un proprietario eccezionale. 

Avvenne che un giorno, finalmente, giunse un uomo vestito di tutto punto, in maniera elegante e raffinata. L’artigiano accolse quel cliente in maniera festosa e servile e l’Orologio capì che era giunto il suo momento: sarebbe stato finalmente venduto.

E, in effetti, dopo qualche minuto di trattativa, l’artigiano intascò i soldi che gli spettavano e consegnò zelante l’orologio a quell’uomo.

Come era felice l’Orologino!

Non vedeva l’ora di essere esposto in un ricco soggiorno, oppure appeso a guardia di una lussuosa camera da letto, o, ancora, inserito tra due quadri impressionisti della sala d’aspetto di un importante ufficio. E così avrebbe davvero realizzato il suo destino.

Quando vide la villa dove fu portato, rimase senza parole, incredulo dalla meraviglia: non aveva visto mai nulla di così maestoso e imponente. Sembrava un castello.

“Quale onore!” esclamò, mentre veniva trasportato in un’enorme sala da ricevimento. Questa sala presentava al centro un lungo tavolo di legno pregiato, coperto da una tovaglia fitta di ricami dorati. Diverse candele accese spiccavano sopra il tavolo e, dall’alto, pendeva un lampadario spento che sembrava scolpito nel diamante e sbrilluccicava tutto alla luce delle candele. 

Il pavimento era liscio, lucido, decorato da piastrelle colorate disposte in elaborati mosaici geometrici. Gli sembrava una stanza meravigliosa, e lui sarebbe stato finalmente un orologio unico in un luogo unico. 

Poi qualcuno accese la luce e il lampadario inondò la stanza di un biancore pallido e artificiale. L’orologio osservò meglio le pareti della sala e subito restò inorridito.

Centinaia, migliaia, anzi, di orologi stavano appesi tutt’intorno e lo guardavano dall’alto. Orologi di tutte le forme e di tutte le dimensioni, di ogni colore e di ogni tipo, dall’analogico al digitale, a cucù, con numeri  romani o arabi, o addirittura senza alcun numero. 

L’Orologino fu appeso in una posizione molto decentrata, tra una gigantesca forma d’arancia con lancette e la riproduzione di una casetta contadina da cui un cacciatore, ogni sessanta minuti, si affacciava e sparava tanti colpi quante erano le ore da contare. 

“Che significa tutto ciò? Che ci facciamo tutti qui?” si chiese tremante l’Orologio quando il proprietario se ne fu andato.

“Ah, abbiamo un nuovo arrivato!” disse un vecchio orologio classico sulla parete di destra, poco lontano.

“Mah. Stava così bene quel pezzo di muro vuoto. Perchè riempirlo?” disse lo schermo a cristalli liquidi di un orologio digitale. 

Ci fu poi un gran vociare da cui era impossibile distinguere frasi di senso compiuto, tanto più che, a sovrapporsi a tutte queste voci, c’erano quegli incessanti e metallici ticchettii non sincronizzati di tutti gli orologi presenti. 

Ce n’erano anche che funzionavano, si accorse l’Orologino. Molti erano fermi, scarichi, forse rotti. 

Allora si rivolse al compagno accanto: “Staremo qui per sempre? E quegli orologi, quelli che si fermano… non vengono ricaricati?”

Quello rispose: “Oh, no. Non penserai mica che siamo qui per scandire le ore? Per contare i secondi e i minuti e annoiarci con il tempo che passa? Assolutamente no. Altrimenti basterebbe uno solo di noi. Noi siamo qui perché siamo belli. La stanza è bella perché ci siamo noi. A chi importa del tempo infinito e sempre uguale, quando possiamo godere di tante bellezze uniche e differenti per tutta l’eternità?”

L’Orologino iniziò a sentire il proprio ticchettio rallentare. Erano gli ingranaggi o era il suo cuore che si stava fermando?

“Ma nessuno tiene il tempo come me” sussurrò l’orologino. Un grosso orologio a pendolo vicino a lui parlò: “Non siamo stati costruiti per creare il Tempo, ma per seguirlo. Beh, che se ne vada al diavolo, questo Tempo! Noi non vogliamo rincorrerlo: abbiamo la nostra vita.”

L’Orologio provò a ribellarsi un’ultima volta: “Ma invecchieremo e ci butteranno! Il tempo invece… il tempo scorre per sempre!”

Ma quell’altro si irritò e urlò: “Taci! Mi hai già fatto sprecare troppo tempo. ”

Da quel momento l’Orologino tacque. Non aveva più nulla da dare al mondo ed egli non misurò più i secondi nemmeno per sé. Ma la bellezza di quegli orologi e di quella stanza restò immutata per moltissimo tempo.

Almeno finché un giorno il figlio del proprietario della casa, morto quest’ultimo, non distrusse tutto con un dolce incendio liberatore. Non aveva mai sopportato il fatto di vivere in mezzo al frastuono del tempo che passa.

Poesia

Giocare con le parole
quindi sedurle piegarle
spremerle estrarne la polpa
partorirne il succo chiamarlo poesia
benvenuta, figlia di un’orgia di sogni
fammi gustare i sapori
di tutte le vite che hai dentro

Fantasma digitale

Dal vivo ho osservato
la tua elettricità nelle ossa
dal vivo ho ascoltato
le cicatrici della tua voce
Esondavi ricordi persone pensieri
labbra ardenti bruciature
e ho guardato e ho visto te

Ora un sorriso di 3 megabyte
e il tuo sguardo salvato nel cloud
mi osservano dietro lo schermo
retroilluminato
e non sei tu

Commento a “Il nome della rosa”

Ho letto il Nome della Rosa, libro che mi è piaciuto moltissimo, sebbene probabilmente non rientrerà nella mia top10. In ogni caso sia il mondo ricreato da Eco, sia gli argomenti trattati, sia lo stile della narrazione, lo rendono un capolavoro che merita il successo ottenuto nel tempo. Va da sé che un libro del genere, oggi, nessuno lo pubblicherebbe, cosa che dovrebbe far riflettere sullo stato misero della nostra editoria. 

Ma, tornando, al libro, mi ha molto affascinato il titolo: il nome della rosa. Per tutto il romanzo ho atteso quelle parole che svelassero l’arcano, che mostrassero il recondito significato dietro tale scelta. E queste parole si sono mostrate solo alla fine, solo all’ultima riga, e neppure in modo così esplicito, tanto che in realtà, terminato il romanzo, servirebbe un ulteriore approfondimento effettuato su altri libri o interviste per capirne di più. E così ho fatto, sebbene ancora non abbia letto le Postille di Eco.
Ed ecco l’ultima riga del libro: “la rosa primigenia esiste solo nel nome, possediamo soltanto nudi nomi”. Riga tradotta, in realtà, essendo in latino nell’originale. Null’altro a chiarire il significato del titolo.

Possediamo soltanto i nomi: questo mi fa riflettere prima di tutto sul potere della parola. Le parole sono non solo più forti, ma anche più importanti dell’oggetto a cui esse si riferiscono. Anche quando l’oggetto non esiste, la parola esiste, anzi. 

Di conseguenza il potere materiale e concreto conseguibile nel mondo, lo si consegue prima di tutto con la parola. In maniera non dissimile, noi non possediamo gli eventi, ma il ricordo di questi, le parole di questi. E se cambiamo le parole cambiano anche i ricordi, e cambiano anche gli eventi. 

E allora cosa è vero e cosa è falso? Qual è la verità?

Nel Nome della Rosa tutti i misteri ruotano attorno alla biblioteca, la cassaforte che custodisce i libri, cioè le parole, cioè i nomi. Jorge, Malachia, Abbone vogliono che la biblioteca resti interdetta al pubblico, accessibile soltanto tramite la loro mediazione. Ciò significa che, ponendosi loro tra i libri e il pubblico, loro detengono un enorme potere censorio, interpretativo e direzionale. Ciò che esiste del passato esiste esclusivamente in base a quante informazioni escono dalla biblioteca. 

Il discorso è questo: tale atteggiamento nei confronti dell’informazione è giusto o sbagliato? 

A un primo sguardo sembrerebbe sbagliato, e infatti sono gli antagonisti a voler celare i segreti della biblioteca. Eppure cosa succede non appena Guglielmo svela il mistero e mette a nudo le trame avversarie? Arriva l’Apocalisse. Jorge l’aveva annunciata, l’apocalisse, ed effettivamente questa giunge sotto forma di un incendio che distrugge tutta l’abbazia, compresa la biblioteca, compresi i libri, le parole, le informazioni. Anche la società, non solo l’uomo, torna alla cenere: E dunque non era forse meglio che tutto ciò sopravvivesse, anche se controllato o manipolato (l’informazione, anche libera, sempre resta manipolabile, comunque). 

Quante volte, durante il romanzo, Eco taccia Guglielmo di essere orgoglioso? Non è forse per il suo orgoglio e per la sua testardaggine che la biblioteca perisce? 

E traslando il discorso alla nostra epoca: la quantità di informazione garantita da internet è davvero ciò che sottostà a una fantomatica “libertà”? Le infinite parole, gli infiniti nomi, non equivalgono forse a nessuna parola, nessun nome? E senza parole, senza nomi, la società non è persa?

La Tempesta di Shakespeare

La Tempesta è l’ultima opera teatrale di William Shakespeare, rappresentata per la prima volta nel 1611, circa vent’anni dopo l’esordio del drammaturgo inglese. 

Essendo un’opera completata in un periodo della vita che potremmo definire molto maturo – Shakespeare aveva quasi 50 anni e sarebbe morto 5 anni dopo – oltre che giunta a coronamento di una lunga evoluzione stilistica e filosofica, dalla Tempesta non dobbiamo forse aspettarci una trama eccezionale e inimmaginabili colpi di scena, quanto una schietta riflessione sulla realtà, un certo disincanto, e un lieto fine che sa di insoddisfazione. 

Ma andiamo per gradi e partiamo prima di tutto dalla trama. Una trama tagliata a metà, in quanto ci viene mostrata solo la rivalsa di Prospero, ex duca di Milano tradito dal fratello Antonio con il benestare del re di Napoli, Alonso, mentre la sua precedente caduta è soltanto raccontata. 

Un inizio che, quindi, potremmo definire in media res: La Tempesta si apre proprio con una grande tempesta scatenata dalle arti magiche di Prospero che fa naufragare la nave su cui viaggiano insieme l’usurpatore Antonio, re Alonso, e diversi altri personaggi più o meno importanti. 

Il piano del protagonista è semplice: adescare il figlio di Alonso, dato per disperso nel naufragio, farlo innamorare di Miranda, figlia di Prospero, e terrorizzare fino a completo pentimento chiunque abbia contribuito alla cacciata di Prospero dal ducato di Milano. 
Per riuscirci egli si avvale delle arti magiche apprese sull’isola misteriosa dove è ambientata la storia. 

A una prima occhiata la trama, interessante ma non così fantasiosa come quelle a cui Shakespeare ci aveva fatti abituare, non appare eccezionale, né si intravedono momenti di tensione degni di nota. Tuttavia la trama non è la cosa su cui dovremmo, in questo caso, puntare i nostri occhi. I personaggi, invece, rappresentano un elemento molto più interessante e sfaccettato. 

La caratterizzazione di questi personaggi, pur se abbozzata, lascia intravedere una profondità che ammalia e una verosimiglianza che non ci aspetteremmo in un luogo dominato da magia e spiriti. 

Prospero è un uomo anziano che ha subito offese e violenze: abbandonato con la figlia in mare dovrebbe desiderare la vendetta più spietata. Quando i suoi nemici giungono sull’isola lo spettatore non vede l’ora che il sangue scorra a riparare i torti subiti. Eppure Prospero ha ben altro in mente e alla fine gli basta la restituzione del ducato per perdonare ogni affronto. 

E in che modo la ottiene? Ricorrendo alla magia per spaventare e imprigionare i rivali che alla fine, impotenti e terrorizzati, cedono. Certo, Prospero ottiene ben di più: facendo innamorare Miranda con il figlio di Alonso, erede al trono di Napoli, egli si assicura una lunga e potente discendenza reale. Se a questo aggiungiamo che i suoi acerrimi nemici gli devono ora la vita, è un eccellente risultato. Farà forse storcere il naso a chi sperava in una più cruda vendetta, ma forse Prospero è più saggio e lungimirante dello spettatore medio.

Agli ordini del duca decaduto ci sono due esseri curiosi e affascinanti: Ariel e Calibano. 

Essi rappresentano due opposti, secondo una tecnica di costruzione dei personaggi non nuova a Shakespeare. Da una parte Ariel, spirito dell’aria dolce e meticoloso nello svolgimento dei suoi compiti, dall’altra Calibano, essere deforme e mostruoso che cospira contro il proprio padrone. Entrambi anelano a una vita libera e indipendente. Mentre Ariel, nonostante l’impazienza, cerca di guadagnarsi la libertà con la propria diligenza, Calibano cospira contro la vita di Prospero senza successo. Ed è proprio Calibano a risultare il personaggio più intrigante di tutta l’opera, la cui personalità potrebbe essere riassunta da una scena particolare: incontrato per la prima volta nella sua vita un uomo diverso dal proprio padrone, un cantiniere ubriacone di nome Stefano, Calibano non esita a gettarglisi ai piedi dicendo: «Ti prego, sii il mio dio. […] Ti bacerò il piede. Giurerò di essere tuo suddito».

In questo si può osservare un’estremamente cinica ma sorprendente sintesi del comportamento umano (ok, di una parte degli uomini), che non esita a spostare altrove la propria lealtà e a sottomettersi in modo ancor più rigido a un altro potere, con il solo scopo di danneggiare un nemico odiato (in questo caso il bersaglio è Prospero).

Insomma, queste sono però interpretazioni soggettive permesse da una trama e da una caratterizzazione molto flessibili, multicolore. Il non detto, nella Tempesta, è molto più del detto. Davanti agli occhi dello spettatore c’è una nebbia, una visione a volte fumosa e inconsistente paragonabile a quella che si avrebbe durante un sogno. E non è un caso che parli di sogni la frase più famosa e citata dell’opera, pronunciata da Prospero nel quarto atto: «Noi siamo della materia di cui son fatti i sogni e la nostra piccola vita è circondata da un sonno». 

E proprio questo che sembra La Tempesta: un sogno un po’ movimentato, ricco di speranze, desideri e paure. Prospero sa che morirà, prima o poi. Forse egli, consapevole di questa verità, non ha bisogno di una vendetta sanguinaria: vuole solo tornare a casa, riavere tutto come prima e, finita la tempesta, finalmente risvegliarsi nel suo letto.  

Liberi

Lascia liberi i nostri corpi
di esplorarsi
di arrampicarsi sui brividi
di acciuffarsi sul precipizio
Perché tenerli chiusi  in gabbie di dubbi?
I corpi dovrebbero vivere 
nel loro ambiente naturale
l’uno sull’altro